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Il mercato chiede sostenibilità, ma c’è confusione

Di |2019-11-13T14:45:12+00:0030 Maggio, 2019|News|

Consumi fiacchi, online in controtendenza

Sita Ricerca News   •   30 Maggio 2019

I l punto sui consumi di abbigliamento nel 2018, ma anche un focus su tematiche di attualità come la sostenibilità e sulla competitività delle imprese del made in Italy: durante un incontro con la stampa Sita Ricerca ha tracciato un quadro del mercato della moda nel nostro Paese, mentre l’Ufficio Industry-Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo ha fornito il quadro delle aziende del comparto, alle prese con una sempre più accentuata espansione internazionale.

«L’anno scorso i consumi di vestiario hanno registrato un trend negativo nell’Europa dei Big Five – ha affermato Fabio Savelli, amministratore unico di Sita Ricerca – con Francia e Italia maglie nere».

Il nostro mercato, come ha fatto notare Savelli, ha segnato infatti un -2,5%, rispetto al -1,9% della media europea.

A sostenere almeno in parte il business è stato l’e-commerce, aumentato del 21% rispetto al 2017, con una quota che ormai raggiunge il 12% del totale. L’anno scorso gli e-buyer fashion sono saliti a 14,5 milioni, +34% se rapportati a cinque anni fa, e hanno fatto il 18% del loro shopping di moda in Rete.

«L’Italia – ha sottolineato il top executive – sta progressivamente recuperando posizioni su questo canale e ha quasi raggiunto la quota della Francia».

Al contrario, le reti fisiche arretrano del 5,1%, mentre sul fronte prezzi continua il downgrading del settore.

La quota delle vendite a prezzo ridotto si è stabilizzata ma su valori molto elevati, intorno al 53%, contro il 35% del 2010.

«Attualmente – ha fatto notare l’amministratore unico di Sita Ricerca – tra i Big Five solo l’Inghilterra ha registrato un valore di svendite superiore alla Penisola».

L’inizio del 2019 non è stato dei migliori, con un -2,7% di consumi nel primo quadrimestre, seguito da un maggio piovoso, che non potrà che peggiorare il trend.

Nello stesso periodo gli shopping mall, che detengono il 40% del mercato, hanno ceduto il passo, a causa per esempio della caoticità di alcuni format e dell’offerta troppo standardizzata, come è emerso da Fashion Consumer Panel analizzato da Sita Ricerca. Meglio è andata ai centri cittadini e ai factory outlet.

Il ritmo di acquisto elevato a prezzi convenienti resta sempre l’approccio al consumo più diffuso presso la popolazione italiana (41%). Emergono però, più forti che in passato, esigenze di qualità e, in nuce, di eticità dei capi (26%).

Savelli ha ipotizzato una chiusura del 2019 in calo dell’1,8%, con un leggero recupero nella seconda parte dell’anno.

«Bisognerà aspettare il 2020 – ha concluso – per arrivare a una situazione di maggiore tenuta dei consumi delle famiglie».

Annamaria Armano, research director di Sita Ricerca, ha approfondito la tematica della sostenibilità nel tessile, partendo dagli esiti di un’analisi qualitativa svolta negli ultimi mesi su Millennials, Generazione X e Baby Boomers.

Armano ha sottolineato come il settore sia spesso associato a pratiche negative come lo sfruttamento del lavoro delle categorie deboli, degli animali e delle risorse, oltre all’inquinamento, in particolare delle acque.

Malgrado si avverta ancora una certa confusione sull’argomento,

«è anti-sostenibile per definizione il grande mondo del fast fashion, inteso come l’impero della produzione di capi sintetici e a basso costo».

Si registra uno scollamento tra quello che le persone dicono e ciò che fanno: condannano chi non è sostenibile, ma nella realtà degli acquisti sono di manica molto più larga. E a proposito di “naturalità” o meno dei materiali, le idee sono tutt’altro che chiare.

Lo scenario macroeconomico delle imprese italiane della moda è stato delineato da Stefania Trenti, responsabile dell’Ufficio Industry – Direzione Studi e Ricerche Intesa Sanpaolo.

«L’economia mondiale – ha detto – dovrebbe aver superato il punto di minimo nel primo trimestre del 2019 e gradualmente migliorare, ma restano molte incognite e altrettanti rischi, dalla guerra dei dazi tra Usa e Cina, alla Brexit».

E l’Italia? Premesso che da gennaio a marzo il Pil italiano è tornato ad aumentare, superando le difficoltà del secondo semestre 2018, nella media del 2019 si attende, secondo Trenti, una tenuta dei consumi. Gli investimenti però rimarranno deboli, visto il clima predominante di incertezza.

Le aziende nazionali del fashion sono sempre più proiettate a una dimensione internazionale: in base alle stime sui prossimi cinque anni, la percentuale di ricavi realizzata oltreconfine si porterà al 70%, come evidenziato da Intesa Sanpaolo e Prometeia.

In particolare, nel primo quarter di quest’anno i dati Istat sull’export evidenziano un +6,1% per il made in Italy, con punte del +9,9% per la filiera della pelle e, tra i Paesi d’elezione, un balzo avanti di quasi il 49% in Svizzera, un +12,6% negli Usa, un +10,9% nel Regno Unito. Bene la Cina (+8,4%) e il Giappone (+8,2%).

Intesa Sanpaolo sottolinea inoltre che negli ultimi anni il raggio d’azione delle imprese italiane della moda si sia allargato, collocando il nostro Paese al primo posto tra i competitor europei del settore per distanza coperta dalle esportazioni: la capacità di raggiungere mercati lontani non appartiene solo al lusso, ma anche alle fasce intermedie del mercato.

Stefania Trenti si è riallacciata al discorso sostenibilità: chi investe su questo fronte e sull’innovazione getta le basi per una maggiore redditività e la crescita del turnover.

«Il potenziale di recupero degli scarti tessili – ha precisato – è rilevante, trattandosi di oltre 500 chili annui per addetto. Basti pensare che l’ampia base produttiva presente in Italia in comparti come il tessile e la concia implica una maggiore intensità di utilizzo di sostanze chimiche, a cui si aggiungono altri rifiuti: in totale, si parla di 2,2 tonnellate per addetto».

Per finire, Paolo Zani (direttore Clienti Largo Consumo e New Projects di Sita Ricerca) ha ricordato che il Fashion Retail Panel Club, rilevazione settimanale del sell out e del traffico dei principali retailer italiani e stranieri, compie un anno, puntando al raddoppio degli aderenti e a un maggiore approfondimenti dei segmenti merceologici, insieme a un ampliamento delle metriche.

Quanto al Fashion Consumer Panel, tracking trentennale dei consumi fashion di Sita, lancia un nuovo sistema di rilevazione attraverso una app in grado di registrare quotidianamente i consumi, arricchita da immagini e ulteriori informazioni legate all’esperienza d’acquisto (nella foto, la moda ecosostenibile di Tiziano Guardini).

a.b.

Fonte: Fashion Magazine – 30 maggio 2019

Sita Ricerca crea un Panel per il Retail

Di |2019-11-13T15:50:31+00:0012 Giugno, 2018|Press|

L’Istituto di ricerca ha realizzato il primo Fashion Retail
Panel che consente alle aziende della distribuzione di
conoscere su base settimanale i trend di vendita e di
traffico del proprio settore di riferimento.

Sita Ricerca News   •   12 Giugno 2018

di Nunzia Capriglione – Intimo Retail

F ashion Retail Panel è il nuovo progetto firmato Sita Ricerca che consente ai retailer che operano nel mercato della moda di conoscere settimanalmente, in modo preciso e tempestivo, i  trend relativi al sell out e al traffico dei loro punti vendita fisici e dei loro shop online. Il progetto, attivo già da tre mesi, è aperto a tutti gli operatori disponibili a fornire i propri dati. Chi aderisce entra automaticamente nel Fashion Retail Panel Club, i cui membri sono gli unici a poter usufruire delle informazioni raccolte.

«Negli ultimi anni, nel mercato del fashion si è verificato quello che nei decenni scorsi è successo nel largo consumo»

spiega Alessandra Mengoli, partner di Sita Ricerca.

«Anche nel mondo della moda le aziende fronteggiano crescenti tensioni sui margini. Il mercato è polverizzato: le quote
di mercato dei singoli player sono molto basse, la competition è sempre più serrata. Senza dimenticare i nuovi canali di vendita, come ad esempio le vendite online, che, oggi, rappresentano il 10% del fashion. In un contesto così competitivo, le aziende hanno bisogno di dati tempestivi, di strumenti tattici che permettano loro di leggere l’andamento del mercato e reagire rapidamente. A fronte di questa situazione, oggi anche l’industria del fashion risulta più aperta e disponibile alla condivisione dei dati»

Il progetto Fashion Retail Panel è il risultato di un percorso iniziato lo scorso gennaio 2018. Sulla spinta delle richieste avanzate da alcuni player del fashion, già clienti di Sita Ricerca, la società ha dato vita a un club a cui aderiscono alcune importanti società titolari di reti retail di grandi dimensioni. Dopo un periodo dedicato al confronto e al dialogo tra gli operatori per capirne le reali necessità, il programma è entrato in una fase di test a cui è seguita quella del lancio del servizio.

«Le aziende coinvolte nel Fashion Retail Panel ricevono settimanalmente un report in forma anonima con i trend di sell out e traffico a totale rete e like for like»,

precisa Mengoli.

In termini pratici, le aziende che attualmente utilizzano il servizio Fashion Retail Panel ogni lunedì inviano a Sita Ricerca i dati di sell out dei loro punti vendita, organizzati per macro famiglie di prodotto, e quelli relativi al traffico della clientela registrato nell’arco della settimana. Entro 24 ore, Sita Ricerca restituisce un report con i trend che emergono dalle elaborazioni delle informazioni ricevute.

«Ogni insegna conosce l’andamento preciso del mercato e di ogni famiglia di prodotto analizzata e può confrontare il proprio andamento con quello degli altri membri del Club, chiaramente in forma anonima. Questo servizio consente di avere una percezione reale dell’andamento del mercato perché permette ai singoli player di calare i risultati della propria azienda in un contesto più ampio».

Dopo la costituzione del Club, a marzo si è entrati nel vivo del progetto. Inizialmente, le rilevazioni erano su base mensile. Da aprile, invece, si è passati a quelle settimanali. A fine giugno, quindi, le aziende coinvolte hanno a disposizione i dati relativi a quattro mesi interi.

«Abbiamo diviso il progetto in due step. Il primo, ancora in corso, punta soprattutto sul coinvolgimento delle aziende della distribuzione. Nella seconda fase, invece, vogliamo lavorare per segmentare i dati relativi alle singole categorie di prodotto. Ma il processo però deve essere graduale: bisogna essere pragmatici, e rispettosi dei bisogni e dei ritmi delle aziende»

sottolinea la partner di Sita Ricerca. Come anticipato, attualmente il Fashion Retail Panel si rivolge soprattutto ad aziende che vantano reti di punti vendita.

«Nei prossimi mesi, vorremmo arrivare a rappresentare il 25% delle catene monomarca del fashion. Tuttavia, il nostro obiettivo è coinvolgere anche
le insegne in catena multimarca di grandi dimensioni, perché vogliamo offrire ai nostri clienti una visione più completa di quello che è il mondo
distributivo organizzato».

a.b.

Fonte: Intimo Retail di Nunzia Capriglione – 12  giugno 2018