In marcia solo Web e monomarca

Di |2019-11-13T13:15:23+00:0022 Giugno, 2019|News|

Speciale Pitti Uomo

Sita Ricerca News   •   22 Giugno 2019

di Silvia Pieraccini

L a rivoluzione è stata rapida e dirompente, e non è ancora finita. Sono bastati davvero pochi anni a cambiare in modo profondo la distribuzione della moda junior in Italia. La diffusione delle catene mono e multimarca – da Zara a H&M, da Benetton a Ovs, da Primark a Kiabi fino a Original Marines, e poi Decathlon, Cisalfa, Iperbimbo, Coin, Rinascente – ha messo in forte crisi i negozi indipendenti che vendevano marchi diversi e che per decenni hanno caratterizzato – e reso unica – la rete distributiva italiana. Le conseguenze sono state chiusure dei multibrand tradizionali, riconversioni e trasformazioni che hanno letteralmente modificato l’offerta di moda junior. L’avvento dell’e-commerce ha fatto il resto, con l’effetto di far nascere nuovi player e di imporre ai “vecchi” l’adeguamento di piattaforme e logistica.

Basta il confronto tra il 2012 e il 2016, elaborato dall’istituto Sita Ricerca, per rendersi conto dello tsunami che si è consumato nel giro degli ultimi quattro anni, spinto dal fattore-prezzo; e per capire – dalle previsioni al 2020 – come l’assetto attuale sia destinato a cambiare ancora.

Dal 2012 a oggi il peso dei negozi multimarca sulla spesa di moda junior (0-14 anni) delle famiglie italiane si è quasi dimezzato: dal 19,2% si è passati al 10,1% attuale, con la prospettiva di scendere ancora di due punti, all’8,1%, nel 2020. Ormai gli italiani fanno dunque shopping solo saltuariamente nei negozi multimarca, quando hanno un’occasione speciale. Per l’abbigliameno quotidiano dei figli preferiscono le catene multibrand, che spesso hanno il vantaggio di combinare design accattivante e prezzi competitivi, assortimento nutrito, servizio efficiente e facilità d’accesso ai punti vendita, oppure quelle monobrand, sviluppate aprendo negozi diretti o in franchising, che garantiscono affidabilità e qualità.

Ed è infatti proprio la voce “monomarca” quella che ormai da tempo domina la spesa di moda junior delle famiglie italiane: il peso era del 54,4% nel 2012, è salito addirittura di 10 punti (al 64,6%) nel 2016, e arriverà al 66,5% nel 2020. Tra pochi anni, dunque, i due terzi della spesa italiana di moda junior passerà da un negozio che vende solo articoli a marchio proprio. E i grandi magazzini, ipermercati e multimarca organizzati? Dal 2012 al 2016 sono passati da un peso del 9,2% al 9,5%, con la prospettiva di salire all’11,5% nel 2020. Sommati ai monomarca, significa che il 76% della moda junior tra poco più di tre anni sarà appannaggio della distribuzione organizzata.

Con un rischio che si intravede all’orizzonte: «La sfida a medio termine che i leader di mercato, in particolare le catene di fascia medio-economica, dovranno affrontare è quella della troppa omologazione dell’offerta, tra una catena e l’altra e tra una stagione e l’altra – spiega AnnaMaria Armano, partner di Sita Ricerca -. Per ora questa è la grande insofferenza che sembra opprimere l’abbigliamento dell’adulto; ma anche un mercato particolarmente connotato di affettività, come è da sempre l’atto di acquisto dedicato all’infanzia, corre il rischio di indebolirsi se viene a mancare l’impulso della fantasia, la distinzione e la novità».

Riguardo agli altri canali, perde importanza quello ambulante (dimezzato negli ultimi quattro anni, dal 6,5% al 3,1%, scenderà ancora al 2,5% nel 2020) e vivacchia quello degli outlet (dal peso del 2,3% nel 2012 al 2,6% attuale, dovrebbe scendere al 2,2% tra quattro anni). Novità invece sul fronte Internet, considerato che il canale sta crescendo sia per i player “puri”, cioè i retailer specializzati nel commercio elettronico (dallo 0,7% al 4,2% della spesa moda junior 2016, salirà al 5,7% nel 2020), sia per chi ha un marchio proprio e intermedia parte delle vendite online o abbina off e online (magari con l’ordine online e il ritiro del capo nel negozio fisico). In ogni caso, le vendite online, sia degli operatori “puri” che dei brand, nel 2016 hanno toccato il 7% (erano l’1,2% nel 2012), e sono destinate a raggiungere il 9,5% nel 2020.

Nessuna illusione che, per quella data, i consumi domestici di moda junior (0-14 anni) si risollevino: la spesa delle famiglie italiane prevista da Sita Ricerca nel 2020 è pressoché identica all’attuale (3.264 milioni nel 2016, 3.274 milioni fra tre anni e mezzo), e il risultato è da considerare apprezzabile visto che la popolazione 0-14 anni per quella data scenderà da 8,282 milioni a 7,935 milioni. Se si fanno pochi figli, difficile far salire la spesa per moda junior.

a.b.

Fonte: Il Sole 24 ore di Silvia Pieraccini – 22  giugno 2019

Menswear italiano meglio del previsto

Di |2019-11-06T15:35:15+00:0012 Giugno, 2019|News|

Menswear italiano meglio del previsto, ma vietato abbassare la guardia

Sita Ricerca News   •   12 Giugno 2019

Stime su 2018 e su inizio 2019

L a moda maschile italiana chiude il 2018 con un andamento migliore rispetto alle previsioni rilasciate nel gennaio scorso: secondo le stime diConfindustria Moda su dati IstatSita Ricerca Indagini Interne, il fatturato settoriale cresce non del +1,5%, come si era preventivato, ma del +2,4%, attestandosi a 9,51 miliardi di euro, anche se con un lieve cedimento (-1,7%) relativamente al valore della produzione, che riguarda l’attività produttiva svolta entro i nostri confini, al netto della commercializzazione degli articoli importati, e che totalizza 4,64 miliardi.

Il menswear – che concorre nell’ordine del 17,2% al turnover complessivo della filiera tessile-moda nazionale e al 27,3% se si parla di abbigliamento – registra un +4,9% alla voce esportazioni, che sfiorano i 6,4 miliardi di euro, incidendo sul turnover del comparto per il 67,2%.

Va segnalato anche che le importazioni, dopo una battuta d’arresto nel 2017, riprendono vigore (+8,6%), superando i 4,31 miliardi di euro.

In leggera contrazione, da 2,12 a 2,07 miliardi, il saldo commerciale, mentre il piatto continua a piangere quando si analizzano i consumi nazionali. A quota 6,89 miliardi nel 2017, nel 2018 non vanno oltre i 6,55 miliardi, incassando un -4,8%: la performance peggiore degli ultimi sei anni.

Le rilevazioni di Sita Ricerca per Sistema Moda Italia indicano, in particolare, un decremento delle vendite della primavera-estate 2018 del 2,9% nel nostro Paese: se non fosse stato per i saldi, cresciuti del 2,2%, il segno meno sarebbe stato più pesante.

In base all’analisi di Sita Ricerca, la seconda metà dell’anno, inoltre, è stata con il freno più che mai tirato, con il periodo settembre-ottobre come maglia nera (-10%) e con un -2,1% nell’ultimo bimestre.

Nessuna novità positiva con l’arrivo del 2019, iniziato con un -3,3% del sell out sullo stesso periodo del 2018.

A livello merceologico, nei 12 mesi la confezione cede il 4,7% e la maglieria il 7,2%. Più contenuta la flessione della camiceria (-1%) e delle cravatte (-1,7%). Emorragia del -15% per l’abbigliamento in pelle

Passando ai canali distributivi, nell’arco di tempo tra marzo 2018 e febbraio 2019 il mercato uomo italiano risulta appannaggio soprattutto delle catene (38,8% del totale, in progress dell’1,1%), con il dettaglio al 25,2%, in calo del 3,6%.

A fronte dell’impasse di gdo e outlet, avanza l’e-commerce: dopo una frenata tra la primavera-estate 2017 e l’autunno-inverno 2017/2018, riprende quota (+2,9%) e raggiunge il 7% del mercato della moda maschile nazionale.

Tornando a parlare di estero, si nota nel 2018 l’andamento dinamico di segmenti come la confezione (+4,5%) e la maglieria (+11,2%), che compensano il rosso di camiceria (-3,1%),  cravatteria (-8%) e leatherwear (-6,2%).

Le vendite in Ue – il maggiore acquirente di menswear made in Italy, con oltre il 52% dell’export totale settoriale – progrediscono dell’1,4% e quelle extra Ue del 10,4%.

La prima nazione di sbocco è il Regno Unito, che con il suo +7,6% sorpassa di 10 milioni di euro la Germania, comunque in aumento del 2,3%. Terza la Francia (+2,5%), in arretramento dell’1,2% la Spagna.

Passando all’extra Ue, nel gennaio-dicembre 2018 balzano all’occhio il +15% della Svizzera (piattaforma logistico-commerciale per molte griffe) e la ripresa degli Usa (+6%). Nel Far East, bene Hong Kong (+8,4%) e ancora meglio la Cina (+36,2%): insieme, con 670 milioni, sono secondi solo a Gran Bretagna e Germania.

Il Giappone non delude (+4,8%) e la Corea del Sud corre a doppia cifra (+18,9%). Intanto la Russia mette a segno un +4,1%, dopo un 2017 record (+19,6%): da notare però che per l’abbigliamento in generale quest’area frena al -0,4%.

Quanto alle importazioni, quelle di capi in tessuto e in maglia crescono rispettivamente del +7,5% e del +14,9%, con le camicie in progress del +4,7%. In flessione le cravatte (-6,2%) e i capi in pelle (-4,8%).

Il top supplier è la Cina, in decremento del 2,7% ma con una quota del 17% tra i Paesi da cui importiamo moda uomo. Secondo il Bangladesh, con il 13,3% e una variazione del +1,8%. I Paesi Bassi, tradizionale porto d’ingresso delle merci asiatiche, fanno un balzo di quasi il +21%. Da segnalare il +28,6% della Francia.

Per finire, uno sguardo ai primi mesi del 2019: in base alle prime e provvisorie statistiche di Istat, a gennaio-febbraio la moda maschile italiana ha visto l’interscambio con l’estero proseguire su un sentiero favorevole, risultando meno esposta alle criticità congiunturali rispetto ad altri ambiti. A sostenerla l’export (+7,3%, pari a 1,23 miliardi di euro), bilanciato dall’import in rialzo del 7,3%, per un totale di 973 milioni di euro.

A dare man forte al fatturato estero la confezione (+4,9%) e soprattutto la maglieria (+17,9%), ma restano in area critica la camiceria (-4,3%), le cravatte (-7,6%) e l’abbigliamento in pelle (-12,3%).

In crescita tutte le nazioni dove esportiamo di più: Germania (+4,1%), Regno Unito (+21,3%), Francia (+7,2%) e Usa (+17%), senza contare le performance di Hong Kong (+7,8%), Cina (+19,8%) e Giappone (+18,9%). Debole, al contrario, l’andamento in Spagna (-2,1%) (nella foto di Aka Studio-Collective, buyer alla scorsa edizione di Pitti Uomo).
a.b.

Fonte: Fashion Magazine – 10  giugno 2019

Il consumatore e la sostenibilità

Di |2019-11-06T15:35:41+00:003 Giugno, 2019|News|

Il consumatore e la sostenibilità nel mondo tessile

Sita Ricerca News   •   3 Giugno 2019

I l mondo semantico della sostenibilità presso il consumatore è coperto in gran parte da significati legati all’esaltazione di tutto ciò che è natura, e dunque al dovere da parte nostra di rispettarla e preservarla.
“L’emergenza ambientale è Top of mind quando il consumatore parla di sostenibilità” afferma Annamaria Armano, presentando a Scenari e Previsioni 2019 per il Fashion  System una ricerca qualitativa svolta a maggio sulla tematica della sostenibilità ed il tessile presso millenials, generazione X, baby boomers.
In questo scenario cresce la consapevolezza della necessità di modificare determinati stili di vita, cercando ognuno anche un proprio modo concreto (riciclo, riutilizzo, utilizzo materiali/prodotti a basso impatto ambientale).

Nelle associazioni spontanee generate dal termine «sostenibilità» il mondo tessile emerge subito più volte  e viene denunciato come modello particolarmente negativo.

Nell’elaborazione mentale di un “tessile sostenibile” l’immaginario collettivo stringe lo zoom sul concetto di naturalità, autenticità, biologico, in un ottica anche di qualità e pregiatezza. All’opposto, è anti-sostenibile per definizione il grande mondo dell’abbigliamento fast fahion, inteso come l’impero della produzione di capo sintetico, a basso costo.
Nonostante questa presa di coscienza c’è uno scollamento tra l’orientamento espresso ed i comportamenti di acquisto reali del consumatore in tema fashion, dove la sostenibilità rimane in un limbo tra il rimosso ed il secondario come driver di acquisto.

Nel Fashion sembra non esistere ancora quell’indispensabile alleanza e condivisione di intenti con i marchi di riferimento –  cosa che già avviene nell’alimentare – che spingerebbe il consumatore verso il fare/scegliere/cambiare…

Si chiede alle aziende di sancire un patto per percorre insieme il cammino verso scelte sostenibili nel settore Fashion, e ciò si esprime in necessità di trasparenza della filiera, politiche di riciclo, valorizzazione del made in italy, innovazione.

Fonte: SCENARI E PREVISIONI 2019 intervento di Annamaria Armano

Le tendenze del mercato fashion

Di |2019-11-06T15:37:48+00:0031 Maggio, 2019|News|

Le tendenze del mercato fashion 2018 e le prospettive

Sita Ricerca News   •   31 Maggio 2019

I consumi di abbigliamento nel 2018 segnano un trend negativo nell’Europa dei Big Five, con Francia ed Italia maglie nere. Il mercato italiano fashion, rilevato attraverso il Fashion Consumer Panel, infatti segna un -2,5% nel 2018 rispetto al -1,9% della media europea. Il calo è trasversale ai settori merceologici, con una particolare enfasi nell’abbigliamento ed intimo maschili. Il bambino e le calzature manifestano una minor sofferenza.

La situazione in Italia è ancora più allarmante se si guardano i risultati delle reti fisiche (-5,1%). Il mercato è infatti sostenuto dal canale on line che in Italia mostra una dinamica di crescita ancora molto forte + 21% rispetto al 2017, raggiungendo una quota del 12%.

Gli e –buyer fashion sono 14,5 milioni nel 2018, +34% rispetto al 2014 e acquistano on line per il 18% dei loro acquisti di abbigliamento. Gli e-buyer sono smart rispetto alla media, tendono ad acquistare on line più prodotti in promozione ma di fasce prezzo medio alte e alte, privilegiando capospalla, calzature e accessori.

Il 2019 mostra un inizio difficoltoso e ha fatto registrare infatti un -2,7% nel primo quadrimestre.

Nei primi quattro mesi del 2019, gli shopping mall, che detengono il 40% di quota, cedono il passo; in maggior tenuta i Foc e i centri cittadini. L’on line invece continua a crescere a doppia cifra.

Fonte: Convegno Scenari e Previsioni 2019 intervento di Fabio Savelli

Abbigliamento: nel 2018 in Italia consumi a -2,5%

Di |2019-11-13T15:10:48+00:0031 Maggio, 2019|News|

Abbigliamento: nel 2018 in Italia consumi a -2,5%

Sita Ricerca News   •   31 Maggio 2019

di Nunzia Capriglione – Intimo Retail

N el 2018, in Italia le vendite di abbigliamento segnano un trend negativo del -2,5% a fronte di una media europea al -1,9%. La situazione in Italia è ancora più allarmante se si guardano i risultati delle reti fisiche (-5,1%). Il mercato interno è sostenuto dal canale online che mostra una dinamica di crescita ancora molto forte al +21% rispetto al 2017, raggiungendo una quota del 12%. Nell’e-commerce, l’Italia sta progressivamente recuperando posizioni e ha raggiunto quasi la quota della Francia.

Sono questi alcuni dei dati presentati al convegno di Sita Ricerca “Scenari e Previsioni 2019 per il Fashion System” svolto lo scorso 29 maggio a Milano.

Nel primo quadrimestre del 2019, invece, si è registrato un -2,7% e il maggio molto piovoso peggiorerà il trend. Nello stesso periodo gli shopping mall, che detengono il 40% di quota, cedono il passo. L’online continua a crescere a doppia cifra.

Partendo da queste premesse si ipotizza una chiusura di anno 2019 al -1,8% con un lieve recupero nella seconda parte dell’anno. Bisognerà aspettare il 2020 per arrivare ad una situazione di maggiore tenuta dei consumi di abbigliamento delle famiglie.

Durante la giornata, Paolo Zani di Sita Ricerca, ha anche annunciato alcune novità che interesseranno l’istituto di ricerca. In particolare, il Fashion Retail Panel Club, la rilevazione settimanale del sell out e del traffico dei principali retailer italiani e stranieri compie un anno. Dopo una fase di start up, il club punta al raddoppio degli aderenti. Invece il Fashion Consumer Panel, ovvero il tracking trentennale dei consumi fashion di Sita, si rinnova grazie a un nuovo sistema di rilevazione dei consumi fashion degli italiani, ovvero una app friendly che registra quotidianamente i consumi oltre a nuove informazioni legate all’esperienza di acquisto.

a.b.

Fonte: Intimo Retail di Nunzia Capriglione – 31 maggio 2019

Moda, frenano i consumi ma il web corre (+21%)

Di |2019-11-13T13:16:39+00:0031 Maggio, 2019|News|

Moda, frenano i consumi ma il web corre (+21%)

Sita Ricerca News   •   31 Maggio 2019

Secondo Sita nel 2018 gli acquisti in Italia si sono contratti del 2,5%, a 27,7 miliardi. Patiscono i canali fisici, mentre l’online cresce a doppia cifra. Per il 2019 previsti un lieve recupero e una chiusura a -1,8%.

di Elisabetta Campana

L e incertezze a livello internazionale, ma anche la progressiva perdita di potere d’acquisto delle famiglie italiane, a cui si aggiunge il meteo che spesso fa le bizze.

«Sta di fatto che i consumi di abbigliamento e calzature in Italia hanno archiviato il 2018 in flessione del 2,5%, a 27,7 miliardi di euro. Il trend negativo coinvolge però tutte le big five europee, con una contrazione media dell’1,9%, su un totale di 167,7 miliardi. Meglio della Penisola Germania (-1,2%), Gran Bretagna (-1,3%) e Spagna (-1,5%), peggio invece la Francia (-3,1%)»

ha detto Fabio Savelli, direttore generale di Sita ricerca, al convegno «Scenari e previsioni 2019 per il fashion system» svoltosi a Milano.

«Il mercato italiano è sostenuto dalle vendite online che crescono in modo significativo, + 21% rispetto al 2017, raggiungendo una quota del 12%. Senza l’e-commerce la performance de canali fisici scende al -5,1%»

ha aggiunto Savelli, precisando:

«Nel 2018 gli e-buyer fashion sono arrivati a 14,5 milioni (+34% rispetto al 2014) e hanno comperato online il 18% dei loro acquisti moda»

Altro aspetto da non sottovalutare è che la quota di vendite a prezzo ridotto è stata pari al 53,8% (nel 2010 era il 35%) e, in Europa, solo la Gran Bretagna, con un 60,8%, super il nostro Paese.

A livello merceologico, il calo della spesa italiana coinvolge tutti i settori: più penalizzati l’abbigliamento e l’intimo maschili. Mentre childrenswear e calzature patiscono meno.

«Il ritmo di acquisto elevato a prezzi convenienti resta l’approccio al consumo più diffuso degli italiani (41%). Anche se emergono più forti del passato, esigenze di qualità e, in nuce, di eticità dei capi (26%)»

ha spiegato Savelli.

In tema di quote di mercato dei vari canali distributivi, i monomarca solo saliti al 49%, così come i pure player all’8,4%. Le catene multimarca si sono stabilizzate al 9,4%, mentre i multibrand tradizionali sono scesi al 19,3%, gli ambulanti al 4,4% e la voce altri (outlet, grossisti, iper) al 9,6%.

«Difficoltosi anche i primi 4 mesi di quest’anno: i consumi hanno accusato un – 2,7% e maggio, molto piovoso, peggiorerà il trend. Penalizzati gli acquisti nei centri commerciali (-7,9%), maggior tenuta invece dei negozi nei centri città (-1,2%) e di quelli negli outlet village (-1,9%), mentre l’e-commerce viaggia a un +13,1%» ha detto Savelli, aggiungendo: «Per il 2019 prevediamo un -1,8   con un lieve recupero per la seconda parte dell’anno. Le stime per il 2020 sono di un -1,1%»

Contrariamente ai consumi, le esportazioni di moda stanno mostrando dati positivi.

«Nel primo trimestre 2019, con un +6,1%, le imprese italiane, leader in Europa per valore aggiunto, addetti e saldo commerciale, hanno evidenziato una buona capacità competitiva. Ottimi i risultati soprattutto per la filiera della pelle (+9,9%)»

ha detto Stefania Trenti, responsabile Ufficio Industry – Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo, precisando:

«Il fatturato realizzato all’estero si stima possa raggiungere il 70% entro i prossimi 5 anni»

In termini di performance faranno inoltre sempre più la differenza gli investimenti in sostenibilità e innovazione: «Analizzando un ampio campione di bilanci di imprese del tessile-abbigliamento emerge come redditività e crescita del fatturato siano più elevati per le aziende che hanno puntato maggiormente su queste strategie» ha aggiunto Trenti.

«Sul fronte consumatori, come emerge da una nostra ricerca qualitativa, negli italiani è aumentata la consapevolezza riguardo alla sostenibilità, ma non è automatico che venga poi tradotta in comportamento d’acquisto»

ha detto Annamaria Armano, responsabile servizi media e ricerche qualitative di Sita Ricerca.

«Dalle aziende i clienti vorrebbero maggiore trasparenza riguardo alla sostenibilità, che si costruissero un’immagine e una reputazione in questo ambito e che valorizzassero il made in Italy, oltre a puntare sul riciclo e a sperimentare nuove soluzioni nei tessuti»

ha concluso Armano.

a.b.

Fonte: MFF – NUMERO 107   PAG. 2  DEL 31/05/2019

Il mercato chiede sostenibilità, ma c’è confusione

Di |2019-11-13T14:45:12+00:0030 Maggio, 2019|News|

Consumi fiacchi, online in controtendenza

Sita Ricerca News   •   30 Maggio 2019

I l punto sui consumi di abbigliamento nel 2018, ma anche un focus su tematiche di attualità come la sostenibilità e sulla competitività delle imprese del made in Italy: durante un incontro con la stampa Sita Ricerca ha tracciato un quadro del mercato della moda nel nostro Paese, mentre l’Ufficio Industry-Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo ha fornito il quadro delle aziende del comparto, alle prese con una sempre più accentuata espansione internazionale.

«L’anno scorso i consumi di vestiario hanno registrato un trend negativo nell’Europa dei Big Five – ha affermato Fabio Savelli, amministratore unico di Sita Ricerca – con Francia e Italia maglie nere».

Il nostro mercato, come ha fatto notare Savelli, ha segnato infatti un -2,5%, rispetto al -1,9% della media europea.

A sostenere almeno in parte il business è stato l’e-commerce, aumentato del 21% rispetto al 2017, con una quota che ormai raggiunge il 12% del totale. L’anno scorso gli e-buyer fashion sono saliti a 14,5 milioni, +34% se rapportati a cinque anni fa, e hanno fatto il 18% del loro shopping di moda in Rete.

«L’Italia – ha sottolineato il top executive – sta progressivamente recuperando posizioni su questo canale e ha quasi raggiunto la quota della Francia».

Al contrario, le reti fisiche arretrano del 5,1%, mentre sul fronte prezzi continua il downgrading del settore.

La quota delle vendite a prezzo ridotto si è stabilizzata ma su valori molto elevati, intorno al 53%, contro il 35% del 2010.

«Attualmente – ha fatto notare l’amministratore unico di Sita Ricerca – tra i Big Five solo l’Inghilterra ha registrato un valore di svendite superiore alla Penisola».

L’inizio del 2019 non è stato dei migliori, con un -2,7% di consumi nel primo quadrimestre, seguito da un maggio piovoso, che non potrà che peggiorare il trend.

Nello stesso periodo gli shopping mall, che detengono il 40% del mercato, hanno ceduto il passo, a causa per esempio della caoticità di alcuni format e dell’offerta troppo standardizzata, come è emerso da Fashion Consumer Panel analizzato da Sita Ricerca. Meglio è andata ai centri cittadini e ai factory outlet.

Il ritmo di acquisto elevato a prezzi convenienti resta sempre l’approccio al consumo più diffuso presso la popolazione italiana (41%). Emergono però, più forti che in passato, esigenze di qualità e, in nuce, di eticità dei capi (26%).

Savelli ha ipotizzato una chiusura del 2019 in calo dell’1,8%, con un leggero recupero nella seconda parte dell’anno.

«Bisognerà aspettare il 2020 – ha concluso – per arrivare a una situazione di maggiore tenuta dei consumi delle famiglie».

Annamaria Armano, research director di Sita Ricerca, ha approfondito la tematica della sostenibilità nel tessile, partendo dagli esiti di un’analisi qualitativa svolta negli ultimi mesi su Millennials, Generazione X e Baby Boomers.

Armano ha sottolineato come il settore sia spesso associato a pratiche negative come lo sfruttamento del lavoro delle categorie deboli, degli animali e delle risorse, oltre all’inquinamento, in particolare delle acque.

Malgrado si avverta ancora una certa confusione sull’argomento,

«è anti-sostenibile per definizione il grande mondo del fast fashion, inteso come l’impero della produzione di capi sintetici e a basso costo».

Si registra uno scollamento tra quello che le persone dicono e ciò che fanno: condannano chi non è sostenibile, ma nella realtà degli acquisti sono di manica molto più larga. E a proposito di “naturalità” o meno dei materiali, le idee sono tutt’altro che chiare.

Lo scenario macroeconomico delle imprese italiane della moda è stato delineato da Stefania Trenti, responsabile dell’Ufficio Industry – Direzione Studi e Ricerche Intesa Sanpaolo.

«L’economia mondiale – ha detto – dovrebbe aver superato il punto di minimo nel primo trimestre del 2019 e gradualmente migliorare, ma restano molte incognite e altrettanti rischi, dalla guerra dei dazi tra Usa e Cina, alla Brexit».

E l’Italia? Premesso che da gennaio a marzo il Pil italiano è tornato ad aumentare, superando le difficoltà del secondo semestre 2018, nella media del 2019 si attende, secondo Trenti, una tenuta dei consumi. Gli investimenti però rimarranno deboli, visto il clima predominante di incertezza.

Le aziende nazionali del fashion sono sempre più proiettate a una dimensione internazionale: in base alle stime sui prossimi cinque anni, la percentuale di ricavi realizzata oltreconfine si porterà al 70%, come evidenziato da Intesa Sanpaolo e Prometeia.

In particolare, nel primo quarter di quest’anno i dati Istat sull’export evidenziano un +6,1% per il made in Italy, con punte del +9,9% per la filiera della pelle e, tra i Paesi d’elezione, un balzo avanti di quasi il 49% in Svizzera, un +12,6% negli Usa, un +10,9% nel Regno Unito. Bene la Cina (+8,4%) e il Giappone (+8,2%).

Intesa Sanpaolo sottolinea inoltre che negli ultimi anni il raggio d’azione delle imprese italiane della moda si sia allargato, collocando il nostro Paese al primo posto tra i competitor europei del settore per distanza coperta dalle esportazioni: la capacità di raggiungere mercati lontani non appartiene solo al lusso, ma anche alle fasce intermedie del mercato.

Stefania Trenti si è riallacciata al discorso sostenibilità: chi investe su questo fronte e sull’innovazione getta le basi per una maggiore redditività e la crescita del turnover.

«Il potenziale di recupero degli scarti tessili – ha precisato – è rilevante, trattandosi di oltre 500 chili annui per addetto. Basti pensare che l’ampia base produttiva presente in Italia in comparti come il tessile e la concia implica una maggiore intensità di utilizzo di sostanze chimiche, a cui si aggiungono altri rifiuti: in totale, si parla di 2,2 tonnellate per addetto».

Per finire, Paolo Zani (direttore Clienti Largo Consumo e New Projects di Sita Ricerca) ha ricordato che il Fashion Retail Panel Club, rilevazione settimanale del sell out e del traffico dei principali retailer italiani e stranieri, compie un anno, puntando al raddoppio degli aderenti e a un maggiore approfondimenti dei segmenti merceologici, insieme a un ampliamento delle metriche.

Quanto al Fashion Consumer Panel, tracking trentennale dei consumi fashion di Sita, lancia un nuovo sistema di rilevazione attraverso una app in grado di registrare quotidianamente i consumi, arricchita da immagini e ulteriori informazioni legate all’esperienza d’acquisto (nella foto, la moda ecosostenibile di Tiziano Guardini).

a.b.

Fonte: Fashion Magazine – 30 maggio 2019

Scenari e previsioni per il 2019

Di |2019-11-06T15:21:55+00:0010 Maggio, 2019|News|

Scenari e previsioni per il 2019: consumi e sostenibilità

Sita Ricerca News   •   10 Maggio 2019

SitaRicerca terrà il consueto incontro

SCENARI E PREVISIONI 2019
per il Fashion System

Quale è stata la dinamica dei consumi di abbigliamento nel 2018? 

Quali prospettive di consumo per il 2019 e 2020?

Quali sono le dinamiche di consumo in Europa?

Quali i principali fenomeni in atto in Italia ed in Europa in termini di scelte “green”.

L’industria italiana Fashion come si pone di fronte alla sostenibilità e all’economia circolare?

Il consumatore cosa pensa su ecologia, sostenibilità, economia circolare e qual è il suo impegno concreto?

Come queste tematiche impattano negli acquisti di abbigliamento e nella percezione di marca?

Nell’incontro si risponderà a queste e ad altre domande, e saranno come sempre approfonditi i temi più interessanti del settore abbigliamento.

Per scaricare l’invito in PDF cliccare qui

SCENARI E PREVISIONI 2019
per il Fashion System

Martedì 29 Maggio 2019   ore 14.00
 
c/o SPAZIO SAN VITTORE  49
Via San Vittore, 49
20123 MILANO 

Intimo e calze per l’uomo

Di |2019-11-06T15:43:43+00:007 Maggio, 2019|News|

Intimo e calze per l’uomo

Sita Ricerca News   •   7 Maggio 2019

Fonte: Magazine “Intimo più mare” n° 215 – Marzo 2019
Link: https://www.yumpu.com/it/document/read/62452766/intimo-piu-mare-n-215-marzo-2019(pag. 132 – 133)

“Per le calze ma anche per l’intimo già nel 2017 rispetto al 2016 sono risultati stabili sia i volumi d’acquisto che il valore – commenta Annamaria Armano, partner di Sita Ricerca – Quindi questo significa una stabilità dei prezzi in un mercato dell’abbigliamento (complessivo, intimo ed esterno) in calo anche con prezzi calanti.

Nel 2018, sempre per quanto riguarda calze e intimo uomo, abbiamo nell’intimo un calo nei volumi acquistati del 3,7% che corrisponde a un minore calo nel valore speso (2,5%). Nelle calze i volumi acquistati sono calati del 2,8% per un calo del valore speso dell’1,9%.
I volumi sono calati di più della spesa per entrambi i segmenti. Questo significa che i prezzi sono aumentati di circa l’1% più o meno per entrambi i settori e questo è successo in un contesto generale dell’abbigliamento complessivamente di prezzi deboli. In definitiva, questi due segmenti hanno mostrato una tenuta dei prezzi maggiore di quella dell’abbigliamento esterno.”
Se esaminiamo i canali di acquisto, per l’intimo al primo posto e in crescita ci sono i negozi monomarca, seguiti dai multimarca indipendenti (in calo). Per quanto riguarda le calze, invece, se al primo posto ci sono sempre i monomarca in crescita, al secondo posto troviamo discount, super e ipermercati, altrettanto in crescita. I negozi multimarca indipendenti sono al terzo, a pari merito con gli ambulanti. Questo fa pensare che gli acquisti di intimo e calze per l’uomo siano ancora prevalentemente in mano alle donne della famiglia. La leggera crescita di canali come catene multimarca, department store e grandi magazzini fa però intravedere l’affermarsi di uomini che stanno progressivamente riprendendo in mano il proprio shopping, non solo di abbigliamento esterno.